E alla fine è arrivato anche il riconoscimento istituzionale con la regione Sicilia che nella sua pubblicazione “Paesaggi letterari siciliani” inserisce il chiaramontano Vincenzo Rabito tra i grandi della letteratura isolana: Pirandello, Quasimodo, Brancati, Sciascia.

Quella di Vincenzo Rabito è una storia straordinaria, vissuta passando attraverso le grandi tragedie del secolo scorso, due guerre mondiali, la guerra d’Africa, l’emigrazione e il ritorno, la miseria e il benessere. Cinquant’anni di vita nazionale raccontate dall’angolazione di un bracciante analfabeta che all’improvviso, divorato dalla necessità di raccontare, si chiude per sette anni nella sua stanza e scrive su una vecchia macchina da scrivere la sua vita, superando la stessa difficoltà linguistica e i canoni dello scrivere, producendo un incredibile testo, fitto fitto, senza punteggiatura se non i punti e virgola che separano ogni parola.

Grazie al figlio Giovanni che, alla morte dell’Autore, trova i sette quaderni autografi e ne fa una prima revisione, il testo viene presentato al Premio Pieve Santo Stefano dove Saverio Tutino, creatore del concorso diaristico nazionale, rimane folgorato con tutta la giuria e gli assegna il massimo riconoscimento.

L’editore Einaudi revisiona e riduce lo sterminato scritto (più di mille pagine scritte fittissime, senza margini e spaziature) e ne fa un best-seller.

Poi la riduzione teatrale di Vincenzo Pirrotta con rappresentazioni nei grandi teatri di prosa del circuito nazionale.

Ecco come Tutino descrive l’incontro con questo testo:

È successo sedici anni dopo che l’idea di leggere le pagine intime della scrittura popolare era diventata realtà. Partendo da una curiosità naturale avevamo fatto il miracolo. Con la promessa di un premio possibile avevamo convinto migliaia di persone a consegnare ad un archivio dell’autobiografia i loro diari e qualsiasi altro scritto che contenesse i loro ricordi personali di una vita vissuta. Ogni anno un premio e più di mille letture. Decine di persone si passavano di mano in mano scritture che contenevano di tutto sul mestiere di vivere. Lunghe o brevi, semplici o complesse, queste letture suscitavano emozioni. Leggere questo genere di libri inediti è come conoscere altrettante anime di una cittadinanza. Conoscere una popolazione di diverse epoche. Anche chi legge cresce e forma in sé una persona diversa. Credevamo di aver visto tutto di questa originale esperienza. Finché davanti alla commissione di lettura è arrivato lo scritto monumentale di un siciliano che si chiamava Rabito di cognome e Vincenzo di nome.”

rabito.jpgNella foto Vincenzo Rabito