Ecco finalmente alcuni dei proverbi, parole, modi di dire . Fin ora sono riusctita a  raccogliere tutti questi, anche se ne mancano ancora  tantissimi! Non sono che forse la decima parte di quelli che dovrebbero essere. Ma ci sarà tempo! Buona lettura!

Bbiarisi a tri

(“Buttarsi a tre”; si dice di chi si ubriaca pesantemente; forse in riferimento alla cosiddetta “miscela a tre”, per cui tre parti erano composte di benzina ed una di olio. Ed in questo caso, l’esagerazione iperbolica dice che l’alcol nelle vene sarebbe ai tre quarti ed il sangue ad un quarto).

Cchiù sicuru co puorcu cchiana a ‘ntinna

(“È più sicuro che il maiale si arrampichi sul palo della cuccagna”; a “’ntinna” è il palo della cuccagna; è un palo alto una decina di metri, cosparso di sapone ed alla cui cima sono appesi insaccati ed altri cibi. Veniva eretto durante la festa dell’Immacolata, l’8 dicembre. Si formavano delle squadre di giovanotti che si arrampicavano uno sull’altro per raggiungere la cima; ciò che si riusciva a toccare lo si vinceva. Le squadre inoltre si osteggiavano a vicenda. Perciò, il detto rimarca l’impossibilità per un maiale di arrampicarsi sul palo e viene usato quando qualcuno ipotizza, prevede o tenta di profetare un fatto ritenuto improbabile.

Per quanto riguarda la tradizione del palo, non ho notizie certe. A mio avviso, il signorotto dei luoghi, il Barone, donava qualche suo prodotto e lo si appendeva al palo; i popolani, così, erano contenti di poter vincere e gustare questa elemosina da conquistare pericolosamente. Ma almeno, com’era anche quand’ero piccolo io, si potevano mettere in mostra di fronte a qualche più o meno bella popolana).

Criccu, cruoccu e manichi i sciascu

(“Cric, Croc e manici di fiasco”; è di solito riferito a tre individui che si vedono assieme e che si contraddistinguono per qualche particolare ridicolo; si dice però anche affettuosamente e scherzosamente tra amici; “Cric e Croc”, com’è noto, sono i nomi coi quali erano conosciuti ai tempi del fascismo Stanlio e Ollio; manici di fiasco è una perifrasi per dire indicare qualcosa di inconcludente: solo i manici senza il fiasco non hanno alcuna utilità).

Cu avi culu considera

(letteralmente: “chi ha culo consideri”; significa che le situazioni vanno ponderate, in modo tale da non rimetterci il sedere, ossia non fare considerazioni o scelta affrettate).

Culuri cani-ca-fui

(“Color cane-che-fugge”; si dice di qualsiasi colore di capelli, di abito o altro, indefinito e brutto, come il colore di un cane che fugge. Secondo altri, “cani-ca-fui”, vale “cane-che-sono-stato”; ma a me pare che questo sia proprio di altre più ristrette e particolari espressioni, tipo quando accade qualcosa di negativo si dice: “cchi potti essiri? U cani ca fui!”,che significa: “cos’è mai potuto essere, cos’è mai potuto accadere? Il cane che sono stato!”).

Cu si marita sta cuntentu un juornu, cu scanna un puorcu sta cuntentu un annu

(“Chi si sposa rimane contento per un giorno; chi scanna un maiale rimane contento per un anno”, in riferimento all’abbondanza che è il maiale. A proposito del maiale, è da notare come si usi aspettare che soffi il vento di Tramontana per ucciderlo, cosicché lo si possa mettere ad essiccare meglio).

È bellu essiri frosci cco culu dill’avutri

(“È bello essere gay con il culo degli altri”; si dice in situazioni in cui qualcuno fa qualcosa di propria iniziativa, mettendo però a repentaglio gli altri).

Essiri tuttu spacchiu e pirita

(“Essere tutto spocchia e scoregge”; si dice degli spocchiosi e sostanzialmente, per denigrarli, si equipara la spocchia ai peti).

Iemmu ppi futtiri e arristammu futtuti

(“Siamo andati per fregare e siamo rimasti fregati”; ma nel siciliano “futtiri” è un sinonimo volgare di “fare l’amore”; ben si comprende dunque il doppio senso della frase).

Iu, ma frati Carmini e u arzuni

(“Io, mio fratello Carmine e il garzone”; si utilizza quando per far qualcosa si è ridicolmente in pochi).

L’uocchi su cchiù ranni da panza

(“Gli occhi sono più grandi della pancia”; mostra come a volte, di fronte ad una tavolata imbandita ci riempiamo gli occhi credendo di poter trangugiare tutto, ma presto dobbiamo abbandonare costretti dalla limitatezza dello stomaco).

Masticogna

(“Chewin-gum”; ovviamente deriva dal masticare e forse commisto con “cingomma” termine diffuso negli anni ’50 in Italia).

‘Mbriacu comu na signa

(“Ubriaco come una scimmia”, in cui più del detto in se stesso, che è diffuso largamente, conta il termine “signa”).

‘Mpunirisi u travu

(“Caricarsi una trave”, si dice di qualcuno che si sta ubriacando, come se l’ubriacatura fosse un fardello pesante da caricarsi sulle spalle).

Nun canusci mancu u puorcu ‘nmienzu i addini

(“Non riconosci neanche il maiale in mezzo alle galline”; si dice a chi non riesce a distinguere neanche qualcosa di fin troppo chiaro ed evidente).

T’arrinunzio come figlio, o come nipote

(“rinuncio a te come figlio, o come nipote”; nel senso che di diseredare qualcuno; assistiamo qui ad una commistione di dialetto ed italiano, per es. “figlio” al posto di “figghiu”; forse perché si ricalca una qualche dizione giuridica o presunta tale e perciò solennizzata).

Tira ch’ossai un pilu i pacchiu ca un carru i uoi

(“Tira di più un pelo di figa che un carro di buoi”; detto estremamente popolare, che rimarca come nella cultura siciliana occupi un posto centrale la dimostrazione di virilità maschile e l’importanza simbolica e reale che si attribuisce all’organo sessuale femminile).

U cumannari è miegghiu do futtiri

(“Il comandare è meglio di scopare”; proverbio, oserei dire, quasi antropologico; fa riferimento alla voglia di potere per la quale tutto passa in secondo piano).

U suli i marzu annurica a bedda do palazzu

(“Il sole di marzo annerisce, abbronza la bella del palazzo”; questo detto appartiene a quelli, diciamo, stagionali, ossia di riferimento ai mesi, alle stagioni, al tempo atmosferico. Bisogna considerare innanzi tutto banalmente che a marzo il sole comincia ad essere più forte, giacché comincia la primavera. La dama del palazzo, “a bedda do palazzu”, in una terra fatta di baroni e di servi, di latifondisti e braccianti, è bianca in contrapposizione ai braccianti bruciati dal sole; cfr. anche il noto Nigra sum sed formosa. Ma quando il sole stesso comincia a splendere, anche la dama del palazzo ne è bruciata; è una sorta di rinascita della vita che coinvolge irrimediabilmente tutti).