Ntè cufina è peri dà cona parata fanno bella mostra di sé i polposi frutti del fico d’India che, con le sue pale (rami modificati), le foglie trasformate in spine e i grandi fiori gialli, costituisce uno degli emblemi della Sicilia.Anticamente, la pianta, nota anche come ficarazza, trovava numerose applicazioni nella medicina ed erboristeria popolare.
Il succo, edulcorato con zucchero, costituiva un ottimo rimedio contro l’arrifriddatura e a tussi; si somministrava all’ammalato,ccu cucchiarinu, ogni due o tre ore, dopo averlo fatto gemere da una pala “vergine” (mai fruttificata) privata della buccia.
Le pale , dopo esser state arrostite, (pali arrustuti) erano efficaci per curare la tonsillite e le infiammazioni delle ghiandole sublinguali. Sbucciate, divise in due e riscaldate sul fuoco, erano utilizzate ppi-ffari cappati (impiastri) contro le coliche epatiche e intestinali e per curare le affezioni della milza di coloro che erano affetti da malaria (ammalariati).
A tal fine, si appendevano le pale vicino al focolare, per farle disidratare; secondo una credenza popolare, infatti, si riteneva che, se si fosse “asciugata” la pala, si sarebbe sgonfiata anche la milza dell’ammalato.
I pali nfurnàti erano adoperate per curare malattie cutanee e ascessi e per preparare a picata, una sorta di cerotto (a base di sostanze appiccicaticce, tra cui il bianco d’uovo) che si applicava sul punto dolente.
U sucu ri pala ri ficurinia, aggiunto ad una mistura d’olio, cera, erba di vento e chiocciole, opportunamente tritata col pestello di lu spiizziali, trovava applicazione contro gli strappi muscolari (sfilatina) e le contusioni (ammaccatini) provocate dalle cadute dagli alberi.
Questo rimedio è ricordato dal noto detto: «Quannu unu s’allavanca di-nna nùcia / sucu ri pala vecchia e-bbabbalucia; / e si sècuta e nun resta cuntentu, / cci metti ògghiu, cira e erv ‘i ventu»