Sotto il dominio romano e, ancor di più, sotto quello bizantino, la produzione ceramica subisce un progressivo decadimento nelle tecniche costruttive e si produce solamente vasellame di fattura grossolana, decorato solo al tornio con striature orizzontali e privo di smalti o vernici.

Furono gli Arabi, che conquistarono la Sicilia nell’827, a chiamare Caltagirone – Kalat al Giarun: la collina dei vasi – e ad introdurre tecnologie profondamente innovative nella lavorazione dell’argilla come, ad esempio, l’invetriatura da loro appresi in Persia, in Siria e in Egitto, che determinarono il rilancio dell’artigianato ceramico e il ritorno ai fasti di un tempo.

Un significativo incremento nella produzione ceramica  si ebbe in epoca medievale. In questo periodo infatti la città godette di particolari privilegi concessi dalle dinastie regnanti, ed in particolare dal re Alfonso d’Aragona, in cui si consentiva ai caltagironesi di commerciare con tutte le città demaniali del Regno senza pagare dogana.

A cavallo tra il XVI e il XVII secolo, Caltagirone si affermò come centro più importante della produzione ceramica siciliana per le pavimentazioni di chiese e palazzi nobiliari, decorazioni architettoniche di prospetti di chiese, vasi con ornati a rilievo, acquasantiere, lavabi, statuette.

Il ‘700 è il periodo di maggior sviluppo della ceramica calatina. In ogni casa e chiesa siciliana si trovano diversi oggetti di capaci maestri ceramisti: acquasantiere, vasi e lucerne antropomorfe, candelieri, edicole sacre, versatoi, formelle per dolci, bottiglie.

Nell’Ottocento, con l’uso del cemento nei pavimenti, l’importazione di ceramiche e vasellame continentali e la scarsa competitività delle botteghe isolane, si ebbe una notevole flessione nella produzione della ceramica e i cento e più ceramisti presenti a Caltagirone si ridussero a poco meno di dieci.

A fronte, però, della decadenza che segnò la produzione ceramica si afferma in città l’attività dei figurinai. Il più importante e conosciuto tra essi è senza dubbio Giacomo Bongiovanni. La sua tecnica consisteva nel rivestire le figure con sottili strati di argilla, ottenendo così un risultato molto veritiero di ciò che andava a rappresentare. Al Bongiovanni ben presto si affiancò pure il nipote, Giuseppe Vaccaro, abilissimo figurinaio. I due, firmando le opere uscite dalla loro bottega col nome Bongiovanni Vaccaro, portarono le loro creazioni raffiguranti scene popolari ben al di fuori dei confini nazionali, ricevendo numerosi riconoscimenti.

Nel 1918, per merito di Don Luigi Sturzo, in città fu inaugurata la Scuola di Ceramica di Caltagirone (l’attuale Istituto d’Arte per la Ceramica) che ha dato nuova linfa alla produzione di manufatti in ceramica, come testimoniano le decine e decine di botteghe artigiane presenti oggi nel suo territorio e che le hanno dato l’appellativo di “Città della ceramica”.